Cantine


Francesco Illy, nato nel 1953 a Trieste, proviene da una famiglia famosa in tutto il mondo per il caffè e la qualità dei propri prodotti. Egli, dopo gli anni della gioventù trascorsi in viaggio in tutto il mondo come artista e fotografo naturalista, iniziò alla fine degli anni ‘70 ad avviare la commercializzazione in Svizzera dei prodotti Illy sotto il marchio Amici. Oltre alle molte altre passioni, come la vela o il volo, alla fine degli anni ‘90 la sua innata curiosità l’ha portato ad avvicinarsi all’emozionante mondo della viticoltura e a trasferirsi a Montalcino, dove gli Etruschi diedero vita alla civiltà: causa della bellezza di questa natura.

“Fino al 1998 qui c’era solo un allevamento di pecore. All’epoca mi occupavo dell’immagine di Illy, creando la serie di tazzine d’autore che mi hanno permesso di conoscere molti artisti straordinari. Uno di loro, Sandro Chia, mi mostrò questa terra. Da allora questa è la mia casa”.
“Ho piantato subito i vigneti, in modo tradizionale. Pensavo di vendere le uve, e lasciare ad altri la fatica di fare il vino. Poi mi sono appassionato e ho studiato: all’università di Firenze mi dicevano che le radici delle viti non scendono oltre i 50 centimetri di profondità. Nel 2005 ho iniziato gli esperimenti e ho scoperto che non è vero: le mie prime mille piante sono scese molto di più, 3,5 metri, e si sono fermate solo perché hanno trovato uno strato di argilla blu pieno di sale”. Niente fertilizzanti, potatura estrema. Il primo risultato: “le viti non si ammalano”. Il secondo: “l’uva è perfetta, i chicchi sembrano ribes, li scegliamo a mano uno ad uno togliendoli dal grappolo”. Prima annata: 2007. “Il vino era scolorito – ricorda - un disastro, pensavo di aver sbagliato tutto. Poi l’ho messo nella barrique ed è diventato perfetto. Un Rosso di Montalcino ad ampio spettro di profumi”.

“La più bella avventura della mia vita”, come asserisce oggi con orgoglio. Fu così che scelse di seguire la sua idea di qualità di vita, ovvero realizzare un buon lavoro. In una splendida cornice. In una natura meravigliosa. Con aria pura e pulita. Lontano dallo smog. Lontano dalle brutture. Dove la bellezza è tutta intorno. “Perché l’armonia è sempre stato il mio sogno”. Questo per lui era il posto dove realizzare il suo sogno. Il posto perfetto per provare, pur sapendo di non poter mai raggiungere la perfezione. Un sogno appunto. “Fin da bambino pensavo che la bellezza fosse la sola risposta”. E la bellezza qui è percepita da tutti i nostri sensi, dal canto spensierato dei passeri all’alba, al profumo fresco dei fiori selvatici, dalla polvere di terra millenaria tra le mani, alla distesa di vigneti ornanti colline che si fanno donne. Al gusto del nettare di Bacco, che qui prende il nome di Brunello. “La bellezza produce armonia. E armonia porta qualità della vita a tutti. Qui potevo trovare bellezza e armonia”. La sua nuova vita nel paradiso di Montalcino, “la migliore che abbia mai vissuto” sta lì a dimostrarlo.

“Io amo la qualità, pardon, l’eccellenza. Io credo che l’eccellenza dia emozioni. E che le emozioni diano gioia. Ma le emozioni aiutano anche il nostro cervello a ricordare. E questo produce cultura. E cultura ha sempre prodotto una vita migliore. A volte lo dimentichiamo e così mettiamo a rischio…il nostro futuro. Che si basa sull’evoluzione della nostra cultura.”

“Eccellenza, dal Latino EX (fuori) e CÈLLERE (muoversi), definisce il più alto livello di qualità. Nel vino, chi definisce il massimo livello di qualità? Molti produttori sono alla “ricerca dell’eccellenza”, anche se oggi è difficile “diventare il migliore”. Il risultato di questa competizione è una serie di “eccellenti interpretazioni” che ci permette di godere dei molteplici aspetti della perfezione.

> Scopri di più
sul terroir Castiglione dell'Abate
Fin dal 1200 quest‘area, allora abitata da pecore e contadini, è identificata con il nome “Podere le Ripi”. Nel 1997 acquistai questi 54 ettari di terra schietta, pura e selvaggia da un pastore sardo e tre anni più tardi iniziai a piantare le prime viti. A dire il vero, al tempo volevo solo una bella casa in Toscana... alla fine, però, mi sono talmente innamorato di questo paesaggio incontaminato da diventare vignaiolo.
Francesco Illy s’innamorò di Montalcino nel 1984, quando, fotografo naturalista, questi paesaggi – come il poeta Giuseppe Ungaretti scrisse – lo illuminarono d’immenso, rubandogli l’anima.
Così nel 1987 incominciò la ricerca della propria dimora toscana, senza pensare al vino – di cui era certamente un amante – né alla sua produzione, pensando di essere troppo vecchio per intraprendere una nuova attività così impegnativa. Ogni proposta era troppo grande o troppo costosa o non idonea, così passarono dieci anni prima che il suo amico Carlo Vittori lo chiamò per dirgli: “Questa è l’ultima opportunità prima che i prezzi a Montalcino esplodano. Vieni a vederla”. Ricordando le sue parole…come aveva ragione! Francesco capì subito che questo era il suo posto. Il luogo della sua vita. La bellezza, la distanza da tutto ciò che noi chiamiamo civiltà, l’assenza di moderne architetture, orribile massacro del secolo scorso che ha distrutto interi paesaggi italiani, i profumi che pervadono tutto l’anno queste colline, la vista in profondità, a Est di Monticchiello e Montepulciano, il vulcano preistorico del Monte Amiata a Sud, le colline ad anfiteatro che proteggono le Ripi a Ovest e a Nord…Tutto questo, così meraviglioso… Così, nel 1998, iniziò a ricostruire la casa e a preparare i campi per i vigneti. Era così colpito dalla bellezza di questa terra e dei suoi fiori, che per non perderli decise di muovere tutto il terreno con dei lunghi escavatori che scavano il terreno senza rovesciarlo.
Questo gli ha permesso di mantenere intatta la flora. “Non posso dire che ciò fa i miei vini migliori, ma certamente dà un bell’aspetto alle mie vigne che amo: hanno mantenuto la loro forma, con le curve e i sentieri che non vedi negli altri vigneti”.
Quando iniziò a piantare nel 2000, partì con il Sangiovese, con una densità di 5.000 piante per ettaro (2.000 per acro). Tuttavia già nel 2002 si chiese se una densità maggiore non avrebbe prodotto meno grappoli d’uva per pianta, e quindi, più qualità. Così ridusse la distanza fra le file da 2,50 a 2 metri, raggiungendo una densità di 6.666 piante per ettaro (2.700 per acro). Ma poi, nel 2003, decise di aumentare ancora la densità: cinque file a 1 metro e una a 2 metri per permettere al trattore di passare in mezzo: 11.111 per ettaro o 4.500 per acro. Infine, nel 2005 la decisione di provare la densità maggiore possibile, mettendo le piante a 1,3 feet (40cm) una dall’altra: 62.500 per ettaro o 25,300 per acro. Il vigneto più denso del mondo.

“Scelsi di piantare in quadrati di 4 metri per quattro, con 121 piante per metro quadrato, lasciando il mio agronomo e il mio enologo esterrefatti per quando fossi stupido”.
E’ solo un decimo di ettaro, dissi, lasciate provare la mia stupidità”.


Il suo pensiero era: “Se in Borgogna dicono che il buon vino non arriva prima che il vigneto compia 35 anni - perché così le radici vanno molto in profondità - questo significa che la qualità è in stretto rapporto con la strada percorsa attraverso differenti strati di geologia, dalle radici, che assorbono differenti tipi di minerali. Se io obbligo le piante ad andare in profondità con un impianto così denso, forse, otterrò un vino migliore”.
Per Francesco è stato come un vortice fantastico, iniziato con l’idea di una casa nel mezzo di una bellezza incontaminata, pensando di non poter mai diventare un vero produttore di vino, invece poi innamorandosi di queste piante di uva che crescono così meravigliosamente, e alla fine raccogliendole e facendo il suo vino.
Un sogno che fra il sognare e il fare dura da 15 anni. Come dice sempre: “L’avventura più bella della mia vita.” Ancora in corso. “Perché io sto ancora sognando, sto ancora inventando qualcosa che potrebbe dare un vino migliore, sono ancora in attesa di vedere come diventeranno i sogni di molti anni, come la mia cantina in calce naturale, come il Bonsai che ho piantato da poco. E ho ancora questa paura che qualcosa possa andare male. Ancora con questa tensione di evitare ogni possible errore”.

Così, nel 2003, un anno così caldo e secco, ha deciso di fare il suo primo vino. Una meraviglia.
Il vitigno disponibile
in Brunello di Montalcino - Castiglione dell'Abate